[continua da qui, che a sua volta continua da qui]
Si dice che l'Emerito sia un Grande Biblista, ma anche ai bambini di terza elementare è evidente che la Bibbia dice il contrario di quello che l'Emerito va in giro a dire: il Biblista ne capisce meno di un bambino.
C'è poi il Cavolone che dà le cose sante ai porci (concordano anche i kompagni) e già questo esprime l'obbedienza dell'ecclesiastico: un voto gettato alle ortiche.
Da buoni ultimi abbiamo i catto-frustrati, convinti che con un preservativo, una pillola, un sodomita e una pretessa, si possano riempire le chiese e magari ricondurre gli europei a quella fede a cui (talvolta seguendo i loro pastori) voltaron le spalle: frustrati, illusi e cialtroni.
Insomma, il martini rosso alla verza è un cocktail mortifero che manda all'inferno chiunque la beva. Puàh.
[continua da qui]
Sta scritto:
Se veramente certe assurde sollecitazioni "pastorali" provengono dal basso clero, c'è da aspettarsi a breve o uno scisma o l'apostasia. Fumus diaboli in domo Domini. E la mente corre alle profezie di Fatima: «In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede». Altrove forse no.
«Mio Dio, io credo, adoro, spero e Vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Vi amano».
Fine
Si ripete un versetto del Salmo 33 (che sarà opportuno leggere per intero): Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito. Lo si applica agli «sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione», che non sarebbero da considerare come «estranei che hanno mancato a un patto».
Il messaggio che arriva al popolo è: Peccate fratres, iuxta vos est Dominus.
Tuttavia, Qualcuno aveva parlato di guide cieche che guidavano altri ciechi. Qualcuno aveva detto di pentirsi e non peccare più. Si riesce a dare un'idea di quanto siano sviati certi ragionamenti, certi proclami, certi assalti dottrinali?
«Mio Dio, io credo, adoro, spero e Vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Vi amano».
(continua)
Si vuol sapere qual è il «punto di riferimento per gli avvenimenti della Chiesa milanese e lombarda»? E' Telenova, nata nel 1978 «per iniziativa dei Periodici San Paolo» e tuttora appartenente «a un gruppo editoriale di chiara ispirazione cattolica, solido e indipendente» (cfr. qui).
Secondo il palinsesto settimanale dell'emittente d'ispirazione catodica, la prima serata offre:
C'è una rubrica di temi ecclesiali, naturalmente "bene orientata" anch'essa. Per il resto, alcune altre rubriche su temi diversi interrompono le televendite commerciali (cfr. Matteo 6,24).
Disse nel 2002 il card. Ratzinger:
«La fede conosce e ricerca i punti di contatto, recupera ciò che vi è di buono, ma è anche opposizione a ciò, che nelle culture sbarra le porte al vangelo. E' un "taglio", come abbiamo sentito. E' quindi stata anche sempre critica delle culture e deve essere proprio anche oggi impavida e coraggiosa. Gli irenismi non aiutano nessuno. Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla "pompa diaboli": del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla "pompa del demonio". Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell'uomo era il culmine dell'intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell'uomo un'immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo ed un contrassegno per il "taglio", che qui si rende necessario. Chi non potrebbe vedere le analogie con il presente e le sue degenerazioni culturali?» (da Avvenire, 24 aprile 2005)
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Matteo 5,13).
Signore, pietà di noi, donaci sempre sale salato.
Che un cattolico disobbedisca pubblicamente al Santo Padre, è grave. Che un cattolico impedisca ad altri cattolici di conformarsi ai desideri del Santo Padre, è ancor più grave. Che lo faccia un prelato di Curia, o un Vescovo, è intollerabile.
A Manganate sul Fureo la piccola Diocesi si è autodispensata dall'applicazione del Motu proprio Summorum pontificum, basandosi sul seguente cavillo:
Sillogismo degno del rimprovero di Gesù: «Guai a voi, dottori della legge, perché avete portato via la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito» (Luca 11:52).
Nella sostanza, quella piccola Diocesi s'è messa in testa di ostacolare il decreto del Sommo Pontefice e di ignorare l'esistenza di «gruppi stabili di fedeli».
Nella forma, la decisione manganatica non è del tutto ineccepibile, visto l'art. 2 del Motu Proprio che si applica alle Messe celebrate, senza il popolo, da «ogni sacerdote di rito latino» e dunque anche di rito manganatico. Quanto alle Messe celebrate con il popolo, deve valere anche a Manganate, mutatis mutandis, la ratio della norma: «...il parroco accolga volentieri le loro richieste...», «...il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio...».
Non è sufficientemente chiaro il senso complessivo del Motu Proprio? Non è abbastanza chiaro che «ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale»? Forse la Diocesi di Manganate sul Fureo è talmente malconcia da abbisognare una norma o una dichiarazione speciale appositamente emessa? Com'è ovvio, è roba da matti.
«Lei sa che ci sono stati, da parte di alcune Diocesi, anche documenti interpretativi che mirano inspiegabilmente a limitare il Motu Proprio del Papa. Dietro queste azioni si nascondono da una parte pregiudizi di tipo ideologico e dall'altra l'orgoglio, uno dei peccati più gravi» (mons. Albert Malcolm Ranjith Patabendige, segretario per la Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti).
Era il 31 marzo 2002 - domenica di Pasqua - quando Il Sole 24 ore pubblicava un articolo di mons. Gianfranco Ravasi, intitolato Non è risorto, si è innalzato.
Verso la fine del pezzo, il famoso biblista - prefetto della Biblioteca Ambrosiana, docente di Esegesi Biblica alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale e membro della Pontificia Commissione Biblica - scriveva che la cosiddetta "risurrezione" di Nostro Signore:
«E' un evento che si radica nel tempo e nello spazio, è cioè nella morte e in una tomba, e che perciò ammette una verificabilità storica; ma esso fiorisce nell'eterno e nel divino, ed è per questo che esige un'analisi nella fede e nella teologia. Nella sua sostanza la Pasqua di Cristo è una realtà trascendente e, come tale supera la pura verifica storica».
In parole povere: al tempo e allo spazio appartengono la morte e la tomba (le "radici"). Il resto «fiorisce nell'eterno e nel divino» e va letto con le categorie della fede della teologia. Ma così ragionando si separano il Gesù della storia e il Cristo della fede.
E' ben vero che la Pasqua di Gesù Cristo è (anche) una realtà trascendente. Tuttavia è una realtà che nel tempo e nello spazio non è soltanto "radicata", poiché vi si manifesta veramente con una presenza viva, reale, corporea e perfino fisica. Tacere questo equivale sostanzialmente a negare la credibilità storica delle testimonianze evangeliche.
In un altro passaggio dell'articolo, mons. Ravasi scriveva:
«Il Nuovo Testamento esprime la "risurrezione" con il verbo eghéirein, "risvegliare" dalla morte, simbolicamente intesa come un sonno, oppure con il verbo anístemi, "levarsi, sorgere in piedi". Dietro il velo del linguaggio simbolico si vuole indicare che Gesù...» eccetera.
Ecco, l'ha detto: in merito alla risurrezione il Nuovo Testamento userebbe un «linguaggio simbolico». La tesi è già stata riprovata e condannata, per esempio dal decreto Lamentabili sane exitu del 1907.
A questi vani ragionamenti ha risposto, di recente, il discorso di Benedetto XVI a Verona:
«La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori».
A ognuno di noi, che possiamo leggere i Padri della Chiesa, o la Catena aurea di San Tommaso d'Aquino, che importa leggere Ravasi? I suoi libri possono anche essere dimenticati sugli scaffali più alti.