La liberazione dal male.
L'ultima e settima richiesta è: Ma liberaci dal male (Mt 6,13). Si deve infatti pregare non solo di non essere indotti al male, di cui siamo privi, e questo si chiede al sesto posto, ma di essere liberati da quello, al quale siamo stati indotti. E quando questo avverrà, non rimarrà nulla di temibile e non si dovrà più temere alcuna tentazione.
Però non si deve sperare che questo possa avvenire in questa vita, finché portiamo in giro la soggezione alla morte, alla quale siamo stati indotti dalla suggestione del serpente (Gn 3,4-5.13); tuttavia si deve sperare che avverrà, e questa è una speranza che non si sperimenta. Parlando di essa l'Apostolo dice: Una speranza che si sperimenta non è speranza (Rm 8,24).
Ma non si deve disperare della saggezza che anche in questa vita è stata concessa ai credenti figli di Dio. Ed essa comporta che fuggiamo con prudentissima attenzione quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover fuggire e che perseguiamo con ardentissima carità quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover perseguire. Così infatti, deposto con la morte stessa il rimanente peso di questa soggezione alla morte, da parte di ogni componente dell'uomo al tempo opportuno sarà realizzata come fine la felicità, che è incominciata in questa vita e che per raggiungere definitivamente in seguito è impiegato attualmente ogni sforzo.
Varie provenienze della tentazione.
Avvengono dunque [anche] le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio. E importa molto in quale tentazione uno incorra. Difatti Giuda, che vendé il Signore (cf Mt 26,14-16.50), non è incorso nella medesima tentazione in cui è incorso Pietro, che per paura negò il Signore (cf Mt 26,69-75).
Vi sono anche delle tentazioni provenienti, così penso, dall'uomo, quando uno con buona intenzione ma nei limiti dell'umana debolezza sbaglia in qualche consiglio ovvero si adira col fratello nell'intento di correggerlo, ma un po' al di là di quel che richiede la serenità cristiana. Di queste tentazioni dice l'Apostolo: Non vi sorprenda la tentazione se non quella umana; ed anche: Dio è fedele, perché non permette che siate tentati al di là di quel che potete, ma vi darà assieme alla tentazione anche il superamento affinché possiate sopportarla (1Cor 10,13).
E con questo pensiero ha mostrato abbastanza che non dobbiamo pregare per non essere tentati, ma per non essere indotti in tentazione. E vi siamo indotti, se si verificano di tale fatta che non riusciamo a superarle. Ma poiché le tentazioni pericolose, in cui è dannoso essere immessi o indotti, hanno origine dalle prosperità o avversità nel tempo, non si fiacca dalla inquietudine delle avversità chi non si lascia allettare dall'attrattiva delle prosperità.
In visita alla Parrocchia romana di Santa Felicita e figli, martiri, domenica 25 marzo 2007, V Domenica di Quaresima, il Santo Padre, Benedetto XVI, ha pronunciato una omelia nella quale ha detto:
«E' venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l'inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore».
L'inferno dunque esiste ed è eterno.
Ricordiamoci anche che l'inferno:
Dal Catechismo della Dottrina cristiana di san Pio X:
16. I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale, che cosa meritano?
I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale meritano l'inferno.
17. Che cos'è l'inferno?
L'inferno è il patimento eterno della privazione di Dio, nostra felicità, e del fuoco, con ogni altro male senza alcun bene.
18. Perché Dio premia i buoni e castiga i cattivi?
Dio premia i buoni e castiga i cattivi, perché è la giustizia infinita.
99. Dopo il giudizio particolare, che avviene dell'anima?
Dopo il giudizio particolare, l'anima, se è senza peccato e senza debito di pena, va in paradiso; se ha qualche peccato veniale o qualche debito di pena, va in purgatorio finchè abbia soddisfatto; se è in peccato mortale, qual ribelle inconvertibile a Dio va all'inferno.
103. E' certo che esistono il paradiso e l'inferno?
E' certo che esistono il paradiso e l'inferno: lo ha rivelato Dio; spesse volte promettendo ai buoni l'eterna vita, e il suo stesso gaudio, e minacciando ai cattivi la perdizione e il fuoco eterno.
104. Quanto dureranno il paradiso e l'inferno?
Il paradiso e l'inferno dureranno eternamente.
144. Perchè il peccato grave si chiama mortale?
Il peccato grave si chiama mortale, perchè priva l'anima della grazia divina che è la sua vita, le toglie i meriti e la capacità di farsene de' nuovi, e la rende degna di pena o morte eterna nell'inferno.
167. Chi trasgredisce i comandamenti di Dio, pecca gravemente?
Chi deliberatamente trasgredisce anche un solo comandamento di Dio in materia grave, pecca gravemente contro Dio, e perciò merita l'inferno.
Analogia del concetto di tentazione.
Quindi la frase che si ha nella Scrittura: Il Signore Dio vostro vi tenta per sapere se lo amate (Dt 13,3) è stata espressa nel traslato da per sapere a per farvi sapere, come diciamo allegro un giorno che ci rende allegri e pigro il freddo perché ci rende pigri e altri innumerevoli modi di dire che si hanno tanto nel gergo abituale, come nel linguaggio dei letterati e nei libri della Sacra Scrittura.
Gli eretici, che sono contrari al Vecchio Testamento e non comprendendo questa locuzione, pensano che è bollato, per così dire, da un marchio d'ignoranza l'essere di cui è stato detto: Il Signore Dio vostro vi tenta, come se nel Vangelo del Signore non sia stato scritto: Lo diceva per tentarlo perché egli sapeva quel che stava per fare (Gv 6,6).
Se infatti conosceva il cuore di colui che tentava, che cosa voleva conoscere tentando? Ma senz'altro l'episodio è avvenuto, affinché colui che veniva tentato riflettesse su se stesso e riprovasse la sua sfiducia perché le turbe furono saziate col pane del Signore, mentre egli pensava che esse non avessero di che mangiare (cf Gv 6,7-13).
Il significato di tentazione.
La sesta domanda è: Non ci immettere nella tentazione (Mt 6,13). Alcuni manoscritti hanno: Indurre che ritengo abbia il medesimo significato; infatti dall'unico termine greco eisenenkêis è stato tradotto l'uno e l'altro. Molti poi nel pregare dicono: Non permettere che siamo indotti in tentazione, mostrando, cioè, in che senso sia stato usato l'indurre.
Infatti Dio non ci induce da se stesso, ma permette che vi sia indotto colui che per un ordinamento occultissimo e meriti avrà privato del suo aiuto. Spesso anche per ragioni manifeste egli giudica uno degno fino a privarlo del suo aiuto e permettere che sia indotto in tentazione. Una cosa è infatti essere indotto in tentazione e un'altra essere tentati. Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? (Sir 34,9.11), quanto per l'altro, come dice l'Apostolo: E non avete disprezzato quella che era per voi una tentazione nella carne (Gal 4,14).
Da questo fatto appunto li ha riconosciuti costanti, perché non furono distolti dalla carità a causa delle sofferenze capitate all'Apostolo nel fisico. Infatti noi siamo noti a Dio prima di tutte le tentazioni perché egli sa tutto prima che avvenga.
...perché chiediamo al Padre.
Si può trattare anche il seguente assunto. Poiché diciamo: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo, ci dobbiamo render conto di avere agito contro questa norma se non rimettiamo a coloro che chiedono perdono, poiché vogliamo che dal Padre molto amorevolmente sia rimesso a noi quando gli chiediamo perdono. Ma d'altra parte dal comandamento, con cui siamo obbligati a pregare per i nostri nemici (cf Mt 5,44), non siamo obbligati a pregare per coloro che chiedono perdono. Infatti costoro non sono nemici. In nessun modo poi un individuo direbbe con sincerità che prega per colui che non ha perdonato.
Perciò si deve riconoscere che si devono rimettere tutti i peccati che vengono commessi contro di noi, se vogliamo che dal Padre ci siano rimesse le colpe che noi commettiamo. Infatti sulla vendetta si è già parlato a sufficienza, come penso.
Remissione in ogni senso...
Segue la quinta domanda: E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
E' evidente che come debiti sono indicati i peccati o nel senso che ha indicato il Signore stesso: Non uscirai di lì finché non paghi l'ultimo spicciolo (Mt 5,26), o nel senso per cui egli ha considerato come debitori quelli sui quali fu informato che erano morti o per il crollo della torre o perché Pilato aveva mescolato il loro sangue a quello del sacrificio (cf Lc 13,1). Affermò infatti che gli uomini li ritenevano debitori oltre misura, cioè peccatori e aggiunse: In verità vi dico, se non farete penitenza, morirete allo stesso modo (Lc 13,5).
Non con queste parole uno è invitato a condonare il denaro ai debitori, ma tutte le offese che l'altro ha commesso contro di lui.
Infatti a condonare il denaro siamo obbligati con il comando che è stato riportato precedentemente: Se qualcuno ti vuole chiamare in giudizio per toglierti il vestito, tu cedigli anche il mantello (Mt 5,40). E da queste parole non risulta necessario condonare il debito a ogni debitore di denaro, ma a colui che non volesse restituire al punto che voglia perfino intentare una lite. Non conviene, dice l'Apostolo, che un servo del Signore intenti una lite (2 Tm 2,24). Si deve quindi condonare a chi o perché di sua iniziativa o perché invitato non volesse restituire il denaro dovuto. E per due motivi non vorrà restituire, o perché non ha, o perché è avaro e avido della roba d'altri. L'uno e l'altro caso sono relativi a una povertà, poiché la prima è povertà di beni, la seconda povertà di spirito. Chiunque dunque condona il debito a un tale individuo condona a un povero e compie un'opera di cristiana bontà perché persiste la norma che egli sia disposto a perdere ciò che gli è dovuto. Infatti se del tutto con pacata moderazione farà in modo che gli sia restituito, non badando tanto alla restituzione del denaro, quanto a correggere l'uomo, al quale è senza dubbio dannoso avere di che restituire e non restituire, non solo non peccherà, ma avrà il grande vantaggio che l'altro non subisca un danno spirituale per il fatto che vuole volgere a proprio profitto il denaro altrui. E questo è tanto più grave da non avere confronto.
Se ne conclude che anche in questa quinta domanda con cui chiediamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12) non si tratta esplicitamente del denaro, ma di tutti i casi in cui qualcuno pecca contro di noi e quindi anche del denaro. Perciò pecca contro di te chi ricusa di restituirti il denaro dovuto, quando ha di che restituirlo. Se non rimetterai questo peccato, non potrai dire: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo. Se invece perdonerai, ti accorgi che colui, a cui si ordina di invocare con questa preghiera, è esortato anche a condonare il denaro.